Oggi è il grande giorno. Uno dei.
Anzitutto perché abbandoniamo il mare, che ritroveremo solo in Liguria. Mutatis mutandis. Poi perché sarà la prima tappa di un trasferimento di oltre 10 ore verso la Cappadocia. Siamo sulla Costa Turchese, più vicini alla Siria che all’Europa e la strada da fare per l’Anatolia centrale è lunga e spesso difficile.

Detto questo, partiamo tutti trulleri come al solito. Senza il peso davanti perché ce lo troveremo comunque questa sera quindi… pazienza!
Partiamo da Kalkan, provincia di Adalia. Che dire di Kalkan? Mare perfetto, hotel vabbé mica male, turchi carini ma lontani dai nostri standard. Si parte con il ricordo al punto giusto. Ogni minuto di troppo sarebbe un minuto di troppo.
Saliamo saliamo sulla strada che dal nostro hotel a Kalkan ci porterà fino al cospetto di uno dei 3.000 metri che campeggiano al di sopra di Kas. Saliamo saliamo e mentre ci arrampichiamo sulle curve, con lo strapiombo ormai di svariate centinaia di metri sulla nostra destra e rigorosamente senza guard-rail, all’ennesima svolta a sinistra, questa volta ad un bivio, compare sulla destra una figura umana.
Sulle strade turche è già un’occasione insolita. Per di più, questa volta, si tratta di un uomo anziano. Molto anziano. Che chiede disperatamente di fermarsi, abbassando la mano destra in direzione della strada, come per stabilire un contatto con le ruote.

Proseguiamo. Lo abbiamo fotografato nella mente. E ricominciamo la salita. Tre, quattro, cinque tornanti e già pensiamo che qualcuno lo accoglierà in un altro scenario, un altro mondo, non il nostro. In fondo tra turchi si capiscono. Ma che? Non possiamo lasciarlo lì e torniamo indietro, senza altre domande o supposizioni.

Comincia da qui una delle parti più vissute del nostro soggiorno in Turchia, i quindici chilometri con l’omino ottomano che ringrazia Allah e ci stringe le mani in auto. Richiudendosi per lunghi tratti nel suo silenzio turco di chi non sa né parlare un’altra lingua né leggere la propria. Ci auguriamo che non ci spari o che non si faccia saltare in aria con la sua cintura esplosiva. Mi immagino scenari di emergenza nel caso non dovesse scendere più di sua volontà dall’auto, eccetera. Insomma passiamo qualche dieci minuti non eccezionali. Ma alla fine l’omino mi fa tic sulla spalla perché vede la strada sterrata dalla quale è verosimilmente venuto, non si sa come. Richiede anche di percorrerla questa strada sterrata che mi pare un’autostrada verso la sua e la nostra liberazione. E allora giù omino, verso i tuoi pascoli verdi che ti faranno vivere altri 50 anni come minimo oltre ai tuoi 90 o poco meno.
Ti vogliamo bene anche se non ci paghi come vorresti, da tuo involto di stoffa. Ti abbiamo voluto bene fin dalla strada da cui ti abbiamo preso quando ancora ci sembravi un povero omino ma anche un terrorista potenziale, figurati ora che ti levi dalle palle…

La strada prosegue e Dio solo sa per quanto ancora. Siamo solo agli inizi ma ci portiamo dietro anche la benedizione di Allah, che in giorni come questi comunque la si mette in saccoccia pure quella.
Allah è grande e se esiste comunque ci tiene a farcelo sapere. Infatti dopo poche moltissime decine di chilometri ci fa incontrare un lago bellissimo. Una dighetta, in realtà, ma che a noi sembra un po’ come il lago Titicaca tanto eravamo sollevati e liberi nuovamente.










Il lago Comesichiama è solo il primo indizio di una giornata che sarebbe proseguita molto intensamente, tra curve e quasi mulattiere, salite e discese altrettanto impetuose, visite e merende in luoghi inaspettati. Di cui parleremo in un articolo dedicato, ora che abbiamo il cuore pieno del nostro omino e delle sue prossime 50 primavere…